di Tino Oldani  (ItaliaOggi)

 

Il board della Bce di Francoforte farebbe bene a prenderne nota. Grazie a internet, cinque giovani sardi hanno inventato un sistema di pagamento digitale, il sardex, una moneta virtuale che equivale a un euro, e in Sardegna si affianca sempre più di frequente alle banconote firmate da Mario Draghi per le transazioni commerciali tra piccole e medie imprese.

Grazie a questa invenzione, che risale al 2009 e ha già fatto passi da gigante, oltre duemila imprese della Sardegna hanno potuto superare il problema della scarsa liquidità monetaria provocata dalla crisi, sottrarsi al credit crunch indotto dalla politica europea di austerità, e salvarsi dal fallimento.

Non solo. Visto il successo ottenuto tra le imprese, ora il sardex viene accettato come mezzo di pagamento anche per una parte (un terzo, di solito) degli stipendi dei dipendenti delle aziende che ne fanno uso: in Sardegna questa moneta digitale è diventata talmente affidabile e diffusa, che i percettori l’accettano volentieri, sapendo di poterla spendere nei negozi e nei supermercati che si sono associati per il suo utilizzo nell’ambito regionale, per ora l’unico previsto e consentito.

Su Repubblica, il giornalista Filippo Santelli ha raccontato alcuni casi in cui il sardex, benché moneta virtuale, ha salvato alcune imprese reali vicine al fallimento per scarsa liquidità, e con esse gli stipendi e i posti di lavoro.

A Decimomannu è stato inaugurato addirittura il primo supermercato in sardex della regione, con sette dipendenti paganti con la moneta virtuale.

Un fenomeno talmente innovativo e dirompente da essersi imposto all’attenzione dell’Europa, come si scopre facendo qualche ricerca supplementare su Google.

mitzas_talk_sardex_family-1La Sardex, che ha ideato e gestisce la moneta digitale omonima, è già tra le prime 28 start up italiane con un fatturato superiore al milione di euro. E la giunta regionale della Sardegna ha da poco dato il via a una partnership tra la stessa Regione e la Sardex per partecipare a un progetto europeo, il Digipay4growth, mirato a consolidare un nuovo sistema di pagamenti digitali, che aiuti a superare la crisi economica.

Oltre che in Sardegna, il Digipay4growth sarà sperimentato a Bristol e in Catalogna, avrà una durata triennale, coinvolgerà 10 mila piccole e medie imprese e avrà una circolazione monetaria pari a 34 milioni di euro.

Certo, 34 milioni sono poca cosa rispetto alle dimensioni del fabbisogno di maggiore liquidità delle piccole e medie imprese per fronteggiare la crisi. Ma è scontato che questo tetto europeo sarà abbondantemente superato, se si considera che il giro d’affari indotto in Sardegna dal sardex ha superato i 22 milioni l’anno. E per molte piccole aziende con l’acqua alla gola, anche mezzo milione di fido virtuale può fare differenza tra il chiudere i battenti e tirare avanti.

La prima idea del sardex è venuta a cinque neolaureati sardi: Gabriele Littera (oggi presidente), Giuseppe Littera, Carlo Mancosu, Franco Contu e Piero Sanna. Di fronte alla crisi finanziaria esplosa nel 2007, si chiesero come si poteva farvi fronte, e con le loro ricerche si imbatterono nel sistema Wir, una moneta complementare nata in Svizzera nel 1934 dopo la crisi del ’29, oggi Banca Wir, con 65 mila iscritti. Lo giudicarono adatto per l’economia sarda, e nel 2009 non fecero altro che copiarlo, adattandolo al web.

In pratica, come spiega l’amministratore delegato Roberto Spano, le aziende che si iscrivono a Sardex stipulano un abbonamento annuale, che ha un importo proporzionato alle dimensioni aziendali (da 350 a 2.500 euro). Il sardex è concepito come un fido bancario e funziona come una camera di compensazione tra debiti e crediti. Per esempio, il proprietario di un ristorante può farsi pagare in sardex e spendere i crediti accumulati per acquistare vino, pane, carne, o fare una vacanza in un albergo, che a sua volta fa uso del sardex.

Niente a che spartire con altre monete virtuali, tipo i Bitcoin. Sostiene Spano: «Bitcoin è una criptomoneta, mentre sardex è più reale del re». Il suo uso non è limitato al baratto tra due soggetti, ma serve per un «baratto multilaterale e multitemporale», che coinvolge tutte le aziende associate. Il sardex non prevede alcun tasso d’interesse e viene utilizzato per scambiare merci o servizi, secondo un principio etico di mutualità che fa da argine ai fallimenti, ed è accettato dalle società abbonate, dal cui novero sono escluse quelle farmaceutiche, di armi e finanziarie. Il fine non è l’accumulazione del capitale, ma la circolazione della valuta negli scambi commerciali.

Per entrare nel circuito, alle aziende interessate basta registrarsi sul portale, superare il colloquio con un manager della Sardex e pagare il canone annuale. A quel punto scatta la promozione del suo business, tramite il matching, l’incrocio della domanda e dell’offerta dei suoi beni o servizi, curato dallo stesso portale. Negli ultimi 12 mesi, le duemila imprese iscritte hanno compiuto 35 mila transazioni per oltre 22 milioni. Un successo che sta suscitando le prime imitazioni: in Sicilia è appena sbarcato il Sicanex. Meglio di niente, vista la paralisi della Bce e l’eterno rinvio del suo quantitative easing per aumentare la liquidità monetaria.

 

 

fonte: ItaliaOggi.it

 

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