Con 138 piattaforme collaborative che operano in Italia e di fronte ai cambi dirompenti, sia a livello economico che sociale,l’economia della collaborazione spesso è chiave di lettura, ma per capire quale approccio può essere definito “collaborativo” meglio parlarne con Marta Mainieri.
Partendo dal principio, con una definizione.

Che cosa è l’economia collaborativa?

In tanti in questo momento stanno cercando di definire questa nuova forma di economia che privilegia la collaborazione fra pari e lo sfruttamento a pieno delle risorse. Personalmente ho provato a definire una fenomenologia che si riferisce a tutte quelle piattaforme che mettono in contatto direttamente le persone per scambiare, condividere, affittare, vendere (l’usato) i beni, lo spazio, il denaro e il tempo.

Ma rientrano nell’economia della collaborazione anche forme di collaborazione diverse, come l’open source, e le social street.
Forme tra loro molto diverse che è difficile imbrigliare in una definizione unica, ma che nascono tutte come risposta alla crisi e, soprattutto, grazie alla diffusione delle tecnologie digitali che hanno permesso ai cittadini di avere gli strumenti per organizzarsi e trovare in se stessi quelle risposte che gli interlocutori tradizionali ad un certo punto non sono più stati in grado di dare. Questa nuova forma di economia sta crescendo in tutto il mondo.

Ma quale può essere l’impatto economico?

“Negli USA il 39% delle persone che navigano su internet utilizza le piattaforme collaborative, in Inghilterra il 25% e in Italia il 22%. Secondo una ricerca (disponibile qui) presentata da Federico Capeci il 1 dicembre a Sharitaly, l’utilizzo delle piattaforme di sharing economy cresce in Italia del 9%,raggiungendo più di 6 milioni di italiani. Il trend è in continua crescita in Italia come all’estero. Non parlerei più di nicchia soprattutto di fronte ad alcuni servizi che stanno rivoluzionando il mondo dei trasporti e dell’accoglienza turistica. Quello che si sta affermando secondo me è un nuovo modello di servizio che mette in contatto i cittadini per scambiare e condividere e questo credo possa essere un’opportunità per i cittadini stessi ma anche per le amministrazioni e le aziende. Queste hanno l’opportunità di coinvolgere i cittadini nei loro processi per portare nuovi servizi, per fidelizzare, per riuscire a fornire un’offerta più personalizzata.
Per ottenere questo bisogna prima di tutto capire perché i servizi collaborativi funzionano.
Credo che funzionino perché propongono un modello di azienda che rivoluziona il modo di gestire la catena del valore (che non avendo beni si concentra su pochi ambiti strategici), i clienti (che diventano membri della community e vero asset dell’azienda) e i loro bisogni (in particolare sono in grado di costruire un’esperienza personalizzata sui bisogni di ogni persona). Una volta compreso il funzionamento e il valore, bisogna chiedersi come provare a coinvolgere i cittadini nei propri processi. Ci sono diversi modi di sperimentare. Il più efficiente è stringere delle partnership con piattaforme collaborative per capirne le potenzialità e il funzionamento, senza accollarsi i rischi.
Un esempio su tutti è Sardex.net, un circuito di aziende che favorisce lo scambio e che nel 2013 ha totalizzato transazioni pari a 15 milioni di euro, prevedendo quest’anno di arrivare a 36.

 

E come progettare per favorire la collaborazione?
Quale approccio da parte delle istituzioni?

 

I policy maker a mio modo di vedere dovrebbero:

  • conoscere, cioè capire di cosa si sta parlando, perché, come dicevo prima, la parola sharing comprende un insieme molto variegato di fenomeni;
  • connettere, cioè fare incontrare le piattaforme collaborative con interlocutori tradizionali;
  • sperimentare che significa avviare prototipi su alcuni ambiti;
  • investire, perché alla fine il 52% delle piattaforme italiane per aprire ha dato fondo ai propri risparmi e questi finiscono presto.

Di fatto stiamo parlando di un modo nuovo di fare impresa e di accedere ai servizi che ha impatto in settori diversi: nel welfare vediamo nascere servizi di supporto alle famiglie con impatto nella coesione sociale, nel turismo, abilitando un’offerta pressoché smisurata, ma anche nei trasporti, nel mondo del lavoro, nella cultura e nei nuovi servizi. Al centro c’è la personalizzazione dei servizi con inesplorate nicchie di competenze che in ogni campo possono esprimersi. In questo, le istituzioni come le camere di commercio devono soprattutto connettere:  è fondamentale provare a far incontrare il nuovo mondo con il vecchio.

Il primo ha bisogno di utenti, struttura e investimenti, il secondo di rinnovare servizi e soprattutto i linguaggi ed in questo le piattaforme collaborative possono insegnare molto.

 

di Michele D’Alena per WE4ITALY

 

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